Imprese culturali e Covid-19: intervista a Giovanni Valagussa

 

Testata giornalistica registrata reg. al Trib. di Milano (n° 29 del 30/01/2014)

Direttore Responsabile Marina Verderajme

Imprese culturali e Covid-19: intervista a Giovanni Valagussa

Abbiamo già avuto modo di riflettere, assieme a Laura Bugliosi – Responsabile Marketing e Raccolta fondi per il Museo Bagatti Valsecchi di Milano – sul tema delle imprese culturali, chiamate ad affrontare una significativa sfida dettata dalla pandemia ancora in corso. E’ stato necessario rivedere, in tempo record, i tradizionali sistemi di fruizione, di raccolta fondi, di organizzazione e comunicazione, al fine di valorizzare il nostro patrimonio artistico anche in un momento così complesso. Torniamo nuovamente a riflettere sul tema con Giovanni Valagussa, conservatore dell’Accademia Carrara di Bergamo e docente di Museologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

 

Come sono cambiati o stanno cambiando, i mestieri e le professionalità che ruotano attorno alla valorizzazione del nostro patrimonio culturale? Qual è il consiglio che daresti ad un giovane che si avvicina a questo mondo da un punto di vista professionale?

 

Sono cambiati negli ultimi due decenni in direzione di una esasperazione della didattica e della comunicazione. Oggi se i musei assumono non scelgono certo storici dell’arte, archivisti o restauratori ma esperti di marketing, di web, di rapporti col pubblico, ecc. Con il rischio molto reale che costoro non sappiano nulla delle collezioni, della storia, delle opere che sono chiamati a ‘valorizzare’, uno dei termini più diffusi e più sgradevoli che si possano applicare al patrimonio culturale. Il risultato neanche tanto paradossale è che molti musei hanno magari migliaia di like sui social, ma le sale completamente deserte. La speranza è che la crisi di pubblico già evidente nella maggior parte dei musei negli ultimi anni sia resa più evidente dal periodo difficilissimo che stiamo vivendo e che dunque ci si renda conto della necessità urgente di un cambio di rotta. Oggi credo che i visitatori cerchino nei musei l’unicità di un luogo particolare, in qualche modo mitico, coinvolgente o comunque importante come esperienza da essere sperimentata e poi raccontata. Quindi a un giovane consiglierei di lavorare con la fantasia, senza troppi preconcetti, contando ovviamente su una solida preparazione storico-artistica. Sicuramente è finita (almeno per un po’) l’epoca delle mega mostre, ma anche di un vocabolario detestabile che oltre alla ‘valorizzazione’ comprende anche la ‘fruizione’, lo ‘storytelling’ e altre simili parole vuote. Ciò che un museo conserva è un distillato altissimo del pensiero e delle capacità umane in secoli di storia, dunque sarà necessario che qualcuno riscopra questa importante verità e sappia raccontarla in modo adeguato, cercando di interpretarne il fascino, invece che banalizzare in modi spesso imbarazzanti.

Le difficoltà che sono conseguenti all’ampia diffusione del virus sono sotto gli occhi di tutti e purtroppo
riguardano ogni campo, come sentiamo dire continuamente sui media: dall’economia alla salute. Il mondo della cultura in questo contesto ha fatto la classica parte del vaso di coccio tra vasi di ferro, nel senso che tra i macro-problemi di come salvare contemporaneamente economia e salute appunto, il fragile mondo della cultura è sostanzialmente scomparso. Sono state chiuse subito scuole e università, biblioteche, teatri, cinema, e anche i musei. Un decisione molto discutibile – a mio parere – perché sottintende della cultura una visione come di un bene superfluo, al quale nei momenti di difficoltà si può rinunciare. Il mondo del calcio, per fare un esempio, è stato trattato con un riguardo molto maggiore, sottintendendo che sia assai più necessario. Ora io credo che una società che considera la cultura nel suo complesso come accessoria, e non assolutamente necessaria, abbia finito le sue ragioni di esistenza. Non vedo quindi particolari spunti positivi, almeno a breve. Può darsi che saremo liberati per un po’ da una pletora di iniziative del tutto vacue e senza contenuti, che erano prodotte tanto per dimostrare l’esistenza di assessorati e istituzioni varie. Però non è affatto detto che la riduzione delle risorse possa provocare di per sé un miglioramento della qualità. Se proprio vogliamo essere ottimisti si potrebbe pensare però che la mancanza della disponibilità dei luoghi di cultura che citavo li renda improvvisamente più desiderabili, come spesso accade; e che questa scossa improvvisa che ha modificato le abitudini di tutti possa condurre le persone a rivedere le proprie priorità, eliminando – si spera – molte faccende inutili che solo per inerzia consideravamo necessarie.

 

In relazione alla tua attività di docente, ritieni che la risposta delle Università in termini di organizzazione della didattica sia stata efficace? Quali sono i pro e i contro della formazione a distanza?

 

Una volta decisa dall’alto la chiusura fin troppo per tempo e fin troppo radicalmente, le Università hanno comunque reagito piuttosto bene con l’insegnamento via web. Questo è avvenuto ovviamente grazie all’uso di piattaforme evolute che consentono con una certa facilità la condivisione di materiali e la registrazione delle lezioni. E si deve considerare anche l’età degli studenti, per i quali l’uso di lavorare al pc è più familiare che non per i ragazzi più piccoli, di scuole medie o liceo. Certamente però manca il contatto umano e la percezione diretta – per chi insegna – dell’attenzione o dell’interesse da parte degli allievi. Ci sono comunque anche alcuni vantaggi. La frequenza è più facile per i ragazzi, che non devono recarsi a lezione magari da lontano: ciò consente maggiore continuità di insegnamento. Inoltre dopo un po’ di tempo mi sembra si crei un clima piuttosto disteso, quasi una sorta di complicità, data dalla anomala formula che in fondo riduce al minimo qualsiasi differenza tra docente e studente: tutti davanti al pc, invece che uno in cattedra e gli altri nei banchi. Credo a quel punto sia importantissimo inventarsi formule di coinvolgimento dei ragazzi per farli partecipare alle lezioni, con interventi, progetti, contributi che loro stessi portino nella discussione. Dunque mi pare si debba progressivamente impegnarsi per evitare la lezione tradizionale, che in mancanza della empatia della presenza in aula diventa terribilmente noiosa e impersonale (peggio che mai se registrata in precedenza). E piuttosto mi pare utile introdurre una attività di tipo collegiale o, come si diceva una volta, seminariale, in modo da far partecipare tutti alla creazione di un percorso comune.

 

Ci sono delle iniziative messe in campo dall’Accademia Carrara o da altre imprese culturali che ritieni particolarmente significative?

 

Ci sono state moltissime iniziative realizzate da un’infinità di attori del mondo della cultura. Tutte mi sembrano interessanti, ma di limitato successo. Le visite virtuali nei musei risultano ormai molto presenti e reclamizzate, ma non mi pare che abbiano poi così tanti appassionati che le seguano realmente: infatti la visione diretta contiene in sé qualcosa di magico, di feticistico, che è la sensazione principale per chi visita mostre e musei, o luoghi significativi in generale, anche archeologici o persino naturalistici. Ovviamente questa sensazione di ‘contatto’ non si può trasferire in nessun tipo di visita virtuale. Piuttosto mi pare funzionino i programmi di divulgazione, che in fondo si muovono sulla scia del vecchio modello della radio: trovarsi in casa e poter ascoltare qualcuno che ti racconta delle storie su opere d’arte, ma anche su fatti storici o su luoghi particolari, può far scattare la curiosità e magari la voglia di leggere per saperne di più.

Alla fine credo che l’iniziativa migliore sarà quella di poter riaprire musei e mostre facendo tesoro delle considerazioni che si sono potute mettere a punto in questo periodo.

 

Intervista di Ilaria Romani – HR Specialist

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