Start-up: ecco che cosa il modello californiano può insegnare al nostro Paese

 

Testata giornalistica registrata reg. al Trib. di Milano (n° 29 del 30/01/2014)

Direttore Responsabile Marina Verderajme

Start-up: ecco che cosa il modello californiano può insegnare al nostro Paese

Solo 20 anni fa, nel 1999, la California e l’Italia avevano un prodotto interno lordo pressoché identico, intorno ai 1240 miliardi di dollari. Da allora oggi la situazione è cambiata, radicalmente. In questi 20 anni, infatti, in California sono state create o sono approdate 53 delle aziende Fortune 100, le 100 aziende più grandi al mondo per fatturato. Molte di esse non esistevano o erano piccole aziende 20 anni fa, e sono diventate leader digitali a livello globale, dalle grandi tech companies come Google, Facebook e Apple ai leader di settori digitali come Netflix, Salesforce, Paypal, Ebay, alle aziende innovative come Tesla e Nvidia, o leader nel settore farmaceutico come Gilead Sciences.

Sarebbero potute nascere in Italia o in Europa? Senza dubbio. Il fatto stesso che Facebook o Netflix siano diventati dei grandi successi globali ci dice che sono riusciti a creare piattaforme e modelli di business che trascendono molte barriere culturali, politiche ed economiche, permettendo loro di espandere rapidamente il loro business nella gran parte dei paesi del mondo. C’erano ventenni italiani negli anni 2000 con capacità, volontà, idee per creare startup digitali in questi ambiti? Tantissimi… ma la verità è che una delle differenze matematiche fondamentali è stata l’assenza di capitale dedicato alla creazione e crescita di nuove aziende. La differenza di capitale messo a disposizione per investimenti in startup è a dir poco abissale e diventa drammatica, paradossalmente, quando le startup crescono e hanno bisogno di iniezioni di capitale massicce. Vediamo i numeri così come ce li segnalano Elia Stupka e Nicola Marino dalle colonne de Il Sole 24 ore.

Ci sono 20 volte più start-up attive in California rispetto all’Italia e serve almeno un miliardo per competere. Andando a cercare startup attive in Italia che abbiano ricevuto almeno 100,000 dollari di investimenti, se ne trovano 419. In California sono più di 8.000! Un gap incolmabile? A livello teorico basterebbe un investimento di 750 milioni di euro (per 7.500 investimenti seed da 100.000 euro) per colmare il gap di creazione, cioè per permettere di competere con la California nella creazione di un numero simile di startup. Dal punto di vista pratico 1,6 miliardi l’anno ci metterebbero alla pari con gli investimenti seed fatti negli ultimi 12 mesi in California (oltre 1.000 investimenti seed in 12 mesi). Scontato per la differenza di PIL ormai accumulata potremmo accontentarci di 1 miliardo per competere alla pari.

Sempre partendo dal nostro parco totale di 419 startup italiane ed attive quel che si nota immediatamente è che negli stadi dai 100mila ai 3M di investimento, la situazione Italia e California è molto simile: circa il 20% del totale si trova nella fascia di aziende che ha raccolto un “seed round” di un valore compreso fra 1M e 3M di euro. Appena si passa la soglia dei 3M di euro però le due geografie iniziano a dimostrare andamenti molto diversi. Nella fascia dai 3M ai 10M di euro la California sostiene il doppio di aziende dell’Italia (il 9% in Italia, il 18% in California).

Le differenze diventano drammatiche se si va alla ricerca di aziende che hanno ricevuto dai 10M ai 30M di investimenti: solo 15 aziende in Italia, cioè il 3.6% del totale, rispetto alle 1.374 aziende in California (che costituiscono il 16.5% del totale). Passata la soglia dei 30 milioni le aziende italiane si contano sulla punta delle dita, solo 6 aziende; Talent Garden, con 56M nel 2019, Satispay 50M, Prima.it, Brumbrum, MotorK e Erydel. Un dato interessante è che sono tutte aziende che hanno ricevuto investimenti nel 2018-2019 indicando, forse (finalmente), un inizio di investimenti da e per l’Italia anche per startup di “volume”. Il paragone con la California è qui abissale, in quanto in California sono ancora il 16.9% le aziende che raccolgono più di 30M di dollari, mentre le 6 italiane rappresentano l’1.4% del totale.

Diventa quindi palese che ci sono due differenze eclatanti a livello economico nel mondo startup Italia e quello californiano. Da un lato l’imbuto inizia da un parco di startup che è 20 volte più largo, ma dall’altro l’imbuto si stringe rapidamente in fase post-seed in Italia, mentre rimane largo e generoso in California, fino agli stadi pre-borsa da 30M e oltre di investimenti. In pratica, solo il 30% delle startup in California è in fase “pre-seed” da meno di 1M di dollari, e il rimanente 70% è ben distribuito in tutte le fasce successive, permettendo il sostegno delle start-up nella loro avventura da piccola azienda ad azienda quotata in borsa o venduta a una delle grandi corporation interessate.

Come colmare, dunque, il gap per competere? Negli ultimi 12 mesi in California sono stati fatti investimenti per oltre 47 miliardi di dollari in oltre 1.200 startup con round da oltre 3M di dollari. Sempre partendo dai PIL di diversa dimensione, per competere alla pari servirebbero almeno 30 miliardi. Ma per gli stadi di investimento avanzati spesso i finanziamenti arrivano dal mercato globale. Anche fra le 6 startup italiane che hanno ricevuto investimenti per oltre 30 milioni, i fondi sono arrivati dall’estero. Nel caso di Prima.it da Goldman Sachs e Blackstone, e nel caso di MotorK come debt raise dalla European Investment Bank. Questo a dire che una volta creato un volano positivo per la creazione di aziende di valore a livello globale, i fondi arrivano. Ancor di più se si creano incentivi economici e fiscali per investitori dall’estero.

Autore: Simone Pivotto

Simone Pivotto
Responsabile Formazione e Comunicazione. Da sempre appassionato di nuovi media, opera come formatore in ambito HR e social media marketing. Coniuga il mondo del digital con quello delle risorse umane lavorando all’inserimento dei profili più giovani nel mondo delle professioni digitali.

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